Le Nuove Indicazioni Nazionali 2025 rappresentano un documento di riferimento per chi ogni giorno vive la scuola: insegnanti, educatori, coordinatori pedagogici e dirigenti. Più che un aggiornamento normativo, sono un invito a ripensare il significato dell’educare oggi e il ruolo della scuola in una società in continua trasformazione.
Al centro del documento troviamo una visione chiara: promuovere lo sviluppo armonico della persona, riconoscendo ogni bambino e ogni bambina nella propria unicità. Una scuola nella quale l’apprendimento nasce dall’esperienza, dalla curiosità, dalla relazione e dalla partecipazione attiva.
Per la scuola dell’infanzia si rafforza una prospettiva interdisciplinare fondata sui campi di esperienza e sullo sviluppo delle competenze di cittadinanza; per la scuola primaria emerge con forza la necessità di costruire percorsi che mettano in dialogo le discipline e favoriscano apprendimenti autentici e significativi.
Una frase che invita a cambiare prospettiva
Durante la lettura delle Indicazioni mi sono soffermata su una breve espressione latina:
“Non multa, sed multum.”
Non molte cose, ma in profondità.
Poche parole che racchiudono uno dei messaggi pedagogici più importanti del documento.
La scuola non ha bisogno di accumulare attività, laboratori, esperienze e contenuti. Ha bisogno di restituire valore al tempo dell’apprendimento, perché educare non significa fare sempre di più, ma creare le condizioni affinché ogni esperienza possa diventare significativa.
La qualità degli apprendimenti vale più della quantità delle proposte.
Questo significa progettare esperienze che concedano ai bambini il tempo di osservare, esplorare, riprovare, confrontarsi, fare domande, costruire collegamenti. Significa superare una didattica frammentata per lasciare spazio a percorsi profondi e ricchi di senso.
Meno frammentazione. Più profondità.
Meno fretta. Più tempo per imparare.
Quando la teoria incontra la realtà
Questa riflessione è arrivata in un momento particolare dell’anno educativo: quello in cui, insieme alle équipe dei servizi educativi, ci fermiamo a guardare il cammino percorso.
Quest’anno ho concluso tutte le mie consulenze e supervisioni pedagogiche con un questionario anonimo di autovalutazione rivolto a educatrici, insegnanti e coordinatrici. Le domande riguardavano il benessere lavorativo, le relazioni, la progettazione educativa, le difficoltà incontrate, la motivazione professionale e il lavoro svolto con i bambini.
Leggendo le risposte è emerso un dato sorprendentemente uniforme.
Le maggiori fatiche non riguardano quasi mai i bambini. Anzi, la relazione con loro viene descritta come la principale fonte di soddisfazione professionale.
Le difficoltà riguardano altro.
L’organizzazione.
La gestione delle richieste.
Le relazioni tra adulti.
E soprattutto… il tempo.
Nelle risposte ritornano continuamente parole come correre, urgenza, frammentazione, sovraccarico, stanchezza, mancanza di tempo.
Le educatrici raccontano di sentirsi costantemente di corsa, con poco spazio per osservare i bambini, progettare, documentare, confrontarsi con le colleghe e riflettere sul proprio lavoro.
Una frase, tra tutte, mi è rimasta impressa:
“Vorrei riuscire a stare e non solo a fare.”
Credo che questa semplice affermazione racconti meglio di qualsiasi teoria una delle sfide educative del nostro tempo.
Dal “fare” allo “stare”
Se rileggiamo questa esperienza alla luce del principio “Non multa, sed multum”, emerge con chiarezza una domanda scomoda: nelle nostre scuole stiamo privilegiando il multa o il multum?
Troppo spesso prevale il bisogno di mostrare ciò che si è fatto: tante attività, tanti elaborati, tante proposte. Il rischio è che il prodotto finisca per oscurare il processo e che la quantità diventi il principale indicatore di qualità.
Eppure i bambini ci chiedono altro.
Ci chiedono adulti presenti, capaci di osservare, ascoltare, aspettare.
Ci chiedono tempo.
Tempo per giocare, per sperimentare, per ripetere un’esperienza, per fare domande, per costruire significati.
Le Indicazioni Nazionali 2025 ci mostrano una strada
Le Nuove Indicazioni Nazionali ci invitano a rallentare e a riportare al centro ciò che conta davvero.
Osservare con maggiore attenzione i bambini.
Progettare meno attività, ma più ricche di significato.
Valorizzare le routine quotidiane come autentici contesti di apprendimento.
Costruire esperienze interdisciplinari che partano dagli interessi e dai bisogni dei bambini e delle bambine.
Restituire valore alla relazione educativa.
Sono scelte che richiedono coraggio, perché spesso significano andare contro la cultura della prestazione e dell’efficienza. Ma sono anche le scelte che permettono alla scuola di ritrovare la propria identità educativa.
Una sfida che riguarda tutti noi
Forse il vero cambiamento richiesto dalle Nuove Indicazioni non consiste nell’aggiungere nuovi contenuti al curricolo, ma nel cambiare il nostro modo di abitare il tempo della scuola.
Ogni volta che scegliamo di osservare invece di intervenire immediatamente, di approfondire invece di accumulare, di ascoltare invece di correre verso l’attività successiva, stiamo già mettendo in pratica quel Non multa, sed multum che attraversa il documento.
Perché una buona scuola non si misura dal numero delle attività svolte, ma dalla profondità delle esperienze che offre ai bambini.
E forse la domanda più importante che dovremmo portarci nel prossimo anno educativo non è “Che cosa faremo di nuovo?”, ma “A cosa daremo il tempo di mettere radici?”
È proprio in quello spazio, fatto di presenza, ascolto e intenzionalità educativa, che nasce l’apprendimento più autentico. Ed è lì che la scuola ritrova il suo significato più profondo: non riempire il tempo dei bambini, ma accompagnarli a dare senso al mondo, un’esperienza alla volta.

